Aspettando Primavera /1
Anche quest’anno si va al Primavera Sound. Su Stereogram ci prendiamo avanti postando un po’ di nostri video dell’anno scorso. Oggi: Grizzly Bear.
Robe tristi, ma non inattese
In questi giorni è veramente triste, il blog di Ivan Scalfarotto. Non è bello vederlo passare dall’ottimismo e dalla speranza al cinismo, al sarcasmo e alla delusione. Avremmo un “Te l’avevo detto” sulla punta della lingua, ma infierire sarebbe crudele e disumano. Perde lui, perdono tutti: non c’è posto per la schadenfreude, proprio per niente.
Adinolfi invece mi è meno simpatico, pertanto simpatizzo di meno, ma il concetto è lo stesso. Ci hanno fottuti, ma loro un pochino di più. Noi ce l’aspettavamo. Ci dispiace solo aver avuto ragione.
Dove sei stata, cos’hai fatto mai?
Sono stata a vedere l’anteprima di Quo Vadis, Baby? e ne parlo un pochino qui.
Perdere tempo, perderlo male
Non ho niente contro la perdita di tempo. Il tempo che ho “perso” tenendo questo blog negli ultimi cinque anni mi ha in realtà portato un guadagno enorme in termini di conoscenza di me stessa, confronto con il mondo, capacità di mettere a fuoco i problemi, e anche una forma di professionalità nuova. Esistono forme di cazzeggio efficiente che arricchiscono molto più di qualsiasi lavoro.
Detto questo, chiunque si sia inventato il “gossip della blogosfera” può anche smettere di chiedermi di seguirlo su Twitter, perché onestamente, l’autoreferenzialità portinaia non mi interessa per niente.
Sole Cuore Algore
Il post intelligente su Al Gore all’Ambra Jovinelli lo faranno già gli altri che c’erano. Da me, come al solito, potete aspettarvi il contorno.
Amici uligani. Allora, lo dico subito, io in gita con Antonio Sofi e Zoro non ci vado più. A ogni affermazione del quasi-presidente (presidente intero per Luca Conti, colto forse da accesso di fantozzismo) prorompevano in barcampici “Daje!”, con grande imbarazzo mio e di Antonella, che ci scappava da ridere ma avremmo voluto mantenere il contegno. Achille, in mezzo, faceva il democristo e un po’ je dava un po’ no.
E’ la primaveeeeera! “Ma che caldo fa, a Roma?” “E’ maggio, Gianluca.” Alla buon’ora, aggiungerei anche.
Stile. Beccatevi gli stivali di Al Gore (la foto è di Giorgia).
Riscaldamento locale. L’Ambra Jovinelli era un forno, ma accendere l’aria condizionata con Al Gore presente sarebbe stato un po’ come accogliere l’Ayatollah Khamenei con un piattone di prosciutto di Parma.
Una pregunta. Ecco, vabbè user-generated, ma nessuno si è accorto che le quindici domande più votate chiedevano più volte la stessa cosa?
Ordine e disciplina. Alessio: “Sì, lo so che la mia giacca è troppo pesante, è che ho tutta la roba distribuita nelle tasche e mi ci è voluta una vita per trovare la distribuzione perfetta.”
Mimica. C’è un buon motivo per cui Marco Camisani Calzolari dovesse far pervenire la sua domanda in video, e nel video fare le facce?
Namedropping. E non li ho neanche detti tutti. Tipo: ho dato un euro e cinquanta a Luca Sofri, oggi.
Insomma. “Wow!”.
Hlp plz
Questo è un post antipatico, ma se non lo scrivo poi mi rimane sul gozzo. Parte da questo articolo, in cui si dice, in parole povere, che metà degli italiani non ha oltre la licenza media, e un decimo (quindi, se la matematica non mi inganna, circa sei milioni di persone: un’enormità, tutta la Svezia) non ha completato l’obbligo scolastico. Siamo fra gli ultimi in Europa per istruzione.
La cosa non mi sorprende affatto, e non credo sorprenda nessuno di voi. Sappiamo come scrivono i ragazzini italiani, e nemmeno solo i ragazzini: ne abbiamo fulgidi esempi ovunque, in rete, di gente che va ben oltre il non distinguere fra “po’” e “pò”, fra i quali si può annoverare anche il luminare che ha scritto il T9 in italiano. Gente che va anche oltre il (peraltro orrido, non finirò mai di dirlo) sostituire il “ch” e le “c” dure con le k: a questo, che è ormai un tic linguistico, è associata anche una totale incapacità di usare la punteggiatura, una sintassi a dir poco pericolante e un’ortografia generalmente vergognosa. La povertà del vocabolario completa il quadro.
C’è chi argomenta che quello dei ragazzini è un codice, e come tale ha valenza solo nel loro mondo: tempo fa, a una mia richiesta di scrivere in un italiano che non mi facesse venire il mal di testa, una giovane utentessa Internet mi rispose che lei scriveva come le pareva, perché quello non era mica “un tema in classe”. La dissociazione fra il linguaggio corretto - riservato alla scuola, una sorta di concessione benevola e scocciata alle assurde richieste del prof di turno - e linguaggio “vero”, abituale, mi ha lasciata senza troppi argomenti. I ragazzini, in fondo, hanno diritto a crearsi un mondo le cui regole siano diverse da quelle dei genitori.
Il problema non si pone finché questi giovani virgulti sono effettivamente in grado di padroneggiare entrambi i metodi di scrittura. Le difficoltà sorgono solo quando, una volta fuori dalla scuola dell’obbligo ed inseriti nel mondo universitario o lavorativo, la loro ignoranza diventa un handicap. Perché se è vero che un errore di ortografia in un cartello al supermercato è brutto ma ci può stare - dopotutto, lavori al supermercato, mica alla Corte di Giustizia dell’Aia - è anche vero che a poco serve il carico di nozioni apprese a scuola, se poi non si è in grado di stendere nemmeno una lettera di presentazione senza condirla di obbrobri linguistici. Perché puoi anche scrivere tutti i “ch” e perfino ricordarti che tra una “n” e l’altra di “nn” c’è una “o”, ma se non sai usare la punteggiatura (e usi i puntini di sospensione, meglio se cinque o sei per abbondare, al posto di qualsiasi altra cosa; oppure schiaffi punti esclamativi a caso ovunque), scrivi tutto in maiuscolo senza virgole, o se non sai usare i congiuntivi, quello è grave. Perché magari al supermercato ti prendono lo stesso: per caricar scaffali, la sintassi non serve. Ma altrove, semplicemente, non sei competitivo. Arriva uno spagnolo preparato, un francese, un portoghese, un olandese che ha studiato, e parla la tua lingua meglio di te, ne parla anche altre due, anzi. Sei fottuto. E neanche puoi andare all’estero tu, perché se l’italiano lo scrivi così male, figurarsi se ti sei sbattuto ad imparare bene un’altra lingua.
Peggio ancora: se tutti sono ignoranti come te, la gara è fra capre. E la qualità della comunicazione crolla.
Il problema dei ragazzi italiani è proprio questo: in assenza di qualcosa che leghi la preparazione scolastica al successo sul lavoro (che tanto non esiste, perché quasi tutti finiscono nel purgatorio del call center: che siano o meno laureati, bravi, preparati e in grado di mettere insieme una frase), la scuola diventa una sorta di compartimento stagno, un salotto dove atteggiarsi a comunicatori educati, come le signorine che andavano a scuola di portamento e si mettevano il fazzoletto in grembo. Ma fuori, nella vita, la comunicazione corretta nella propria lingua è diventata superflua.
Sembra una sciocchezza, ma se nell’era della comunicazione globale (passatemi l’espressione) la maggioranza degli adolescenti e ventenni italiani scrive peggio dei soldati analfabeti al fronte durante la Grande Guerra (fatevi un giro al Vittoriano per avere un’idea), l’impoverimento culturale del paese comincia ad essere troppo allarmante per non essere affrontato seriamente. Inutile cianciare di “Tre i” se fra queste tre “i” non c’è l’italiano. Chi parla male pensa male, e chi pensa male sarà sempre svantaggiato.
Old Guys on the Block
Nel 1990 avevo circa la metà degli anni che ho adesso, gli occhiali, e un viaggio-premio di fine anno scolastico in America da godermi. In America, i New Kids on the Block erano dappertutto: e se adesso non si riescono a concepire fan dei Tokio Hotel di età superiore ai quattordici anni, all’epoca non era strano che una diciassettenne (anche una un po’ indietro come la sottoscritta) si invaghisse di una boy band.
Erano perfetti, i New Kids on the Block, ce n’era uno per ogni gusto, come i Duran Duran quando ero più piccola. Anche le canzoni, alla fine, erano dignitose, pop-soul alla vaniglia per ogni palato, e sicuramente ottimo per il nostro. A scuola avevo amiche fra le fan del gruppo. Con una in particolare, Francesca, ci scambiavamo un quadernino su cui scrivevamo pensieri e messaggi, tipo un diario collettivo: adesso si chiamerebbe blog e lo leggerebbero tutti, allora era solo per noi. Si scriveva molto, all’epoca. Cosa credete, che le fanfic le abbiano inventate gli americani? C’eravamo prima noi. Le mie credo le abbia in blocco Marvy, che conoscevo da quando aveva tre anni e che ho perso di vista molto tempo fa. Vabbè, ma non è questo il punto. Il punto è che, dopo George Michael e i Duran Duran e prima dei Manic Street Preachers, ci sono stati loro. Molto più che un gruppo, una colla sociale.
Insomma, tutto mi aspettavo meno che si riunissero e mi affliggessero con questo. Il singolo più brutto di tutti i tempi, o quasi. Una roba sintetica, orrenda, senza tiro e senza grinta. Una roba che farebbe schifo a dei seminaristi in ritiro, cantata con l’entusiasmo di una gita aziendale a Busto Arsizio. Se questo è il primo singolo, non voglio proprio sapere come sarà l’album.
Grazie mille per aver calpestato la mia adolescenza. No, veramente, grazie, eh?
Attraversare con prudenza
C’è una signora anziana in mezzo all’incrocio.
Non cammina, proprio. Si può dire che deambula, alzando una gamba dopo l’altra, lentamente, le giunture troppo rigide per piegarle. Dondola, barcolla, ma attraversa. L’incrocio è grande e pericoloso, alla fine di una delle strade principali della Frosinone bassa, la via dello struscio e dello shopping, dove si affollano adolescenti in abiti chiassosi e ragazzoni con pettorali guizzanti sotto la maglietta Corona’s.
La signora anziana avrà sui settant’anni, forse di più. Si tinge i capelli, non ci stava ad essere una signora anziana, e quando il tempo ha tradito il corpo togliendole l’agilità è rimasta una signora anziana con i capelli tinti. Forse porta anche un po’ di rossetto, è difficile dirlo nei pochi secondi in cui la vedo passarmi davanti, a distanza. La macchina di fronte rallenta, il guidatore forse un po’ scocciato da quella signora in mezzo alla strada, lì dove neanche i giovani attraversano mai perché non ci sono strisce pedonali e tutti vanno veloci, complice una segnaletica stradale un po’ alla viva il parroco. Lei invece procede dondolando, un’espressione infastidita o forse solo affaticata sul volto, un passo dopo l’altro ed eccola sulle righe di mezzeria che circondano l’aiuola spartitraffico. Metà percorso è fatto, resta l’altra metà.
Deve essere nata quando le macchine non c’erano, questa signora, o ce ne erano molte di meno: questa parte della città deve esserle spuntata intorno quando era già adulta, e con essa le macchine, sempre più grosse e sempre più potenti. C’è una coppia in Porsche decappottabile nella corsia accanto alla nostra, capello lungo con codino lui, capello tinto piastrato nero e aria torva lei. Schizzano via nel traffico e arrivano all’incrocio forse molto prima che la signora cominci il suo periglioso attraversamento. Noi, invece, siamo costretti ad attendere che sia diventata il problema di quelli che arrivano dall’altra parte, da dietro la curva, sperando che non vadano troppo di fretta e non siano troppo distratti.
Autocritica maoista /2
Condivido anche le virgole di questo post di Irene.
Autttarchiaaaaaaa!
E meno male che doveva essere il Sindaco di Tutti e che aveva ringraziato Veltroni per l’ottimo lavoro. Manco insediato, Alemanno già piazza gli amici alla direzione della Festa del Cinema, e procede ad affossare una delle poche manifestazioni in grado di portare Roma all’attenzione del mondo, indicando che d’ora in poi “solo film italiani”. Perché se si dice cinema si pensa a Cinecittà. Ollivud? Ollivud che? Mavammoriammazzato ao’.



